DUVAN: «Il rap si è appiattito, voglio vedere chi avrà il coraggio di distinguersi». L’intervista su “Dodicesimo Uomo”
Quanto spazio è rimasto oggi per chi vuole proporre qualcosa di diverso nel rap italiano? DUVAN, classe 1997, ha una posizione piuttosto chiara sull’argomento e non risparmia critiche a un mercato che, secondo lui, negli ultimi anni ha privilegiato formule consolidate a discapito della sperimentazione.
Il suo primo EP, “Dodicesimo Uomo”, pubblicato per Hip Hop Hooligans Ent, nasce da un percorso creativo sviluppato nel tempo, tra singoli già pubblicati e nuovi brani. Un lavoro che recupera sonorità della Golden Age e dei primi anni Dieci, affidandosi principalmente alle produzioni di Malu e a una scrittura che mette al centro l’identità artistica.
Ma dietro il disco c’è anche una riflessione sul modo di fare musica oggi: dall’indipendenza garantita dall’home studio al cambiamento delle strategie promozionali, fino al rapporto tra nuove tendenze e linguaggio Hip Hop. DUVAN osserva la scena da artista, ma soprattutto da ascoltatore, con la convinzione che il rap abbia ancora molto da raccontare, a patto di non accontentarsi di ripetere ciò che già funziona.

“Dodicesimo Uomo” ha una struttura molto compatta e un immaginario riconoscibile dall’inizio alla fine. Quando hai iniziato a lavorarci avevi già chiaro il concept oppure è emerso progressivamente mentre scrivevi i brani?
Innanzitutto, ti ringrazio per le belle parole e se hai detto questo vuol dire che sono riuscito a fare bene il mio lavoro. Per quanto riguarda il processo creativo dell’EP posso confermarti che è una cosa venuta fuori col tempo mentre lavoravo ai singoli brani. Quando ho fatto uscire “Pezzotto” a novembre dell’anno scorso la sola idea di fare un EP non era nemmeno nell’anticamera del mio cervello, poi piano piano lavorando tutto ha iniziato a prendere forma e sono arrivato alle porte di questa estate che è appena passata dove ho deciso di prendere i singoli che avevo fatto uscire durante l’anno e racchiuderli in un EP aggiungendo due inediti e così ho fatto.
Hai scelto di guardare alla Golden Age e alle produzioni dei primi anni Dieci senza trasformare il disco in un’operazione nostalgia. Quali elementi di quelle stagioni del rap senti ancora indispensabili nel 2026?
Io essendo una classe ‘97 ho avuto la fortuna di essere cresciuto in mezzo a due ere del rap e del mondo in generale e sono nato abbastanza in tempo da capire quello che c’era e prima e sono ancora abbastanza giovane da capire quello che c’è adesso. Di quel periodo storico ciò che ritengo sia indispensabile anche oggi è la voglia di differenziarsi rispetto agli altri. Sia nel rap inteso come forma e contenuti sia nelle produzioni perché dopo il triennio 2016-19 c’è stato secondo me un appiattimento del genere come se il rap dopo essersi preso classifiche, red carpet, premi pulitzer, grandi eventi ecc… , si fosse accontentato e quasi nessuno osava portare nuovi suoni o narrative diverse perché si era trovata la formula che andava bene. Fortunatamente oggi tra copie di copie di copie e operazioni nostalgia qualcuno che sta portando in alto qualcosa di autentico c’è, il pubblico se ne sta accorgendo e stiamo entrando in un’altra era del rap. Da fan prima che da interprete del genere voglio vedere che succede e viverlo a pieno. Staremo a vedere.
In un momento storico in cui molti progetti cercano contaminazioni continue, tu sembri scegliere invece essenzialità, scrittura e identità. È stata anche una reazione a ciò che senti oggi nella scena?
Come ho detto prima, tra copie di copie di copie , perché più che contaminazione vedo due cose : o un’emulazione di quello che c’è all’estero o operazioni nostalgia col campione famoso messo lì e nemmeno risuonato, io ho scelto di tornare alle basi. In primis per una questione di gusto, perché sono i suoni che mi hanno fatto innamorare della cultura e poi perché, dopo anni di demo in studio dove ho sperimentato parecchio, ho capito che ciò che mi permette di esprimermi al meglio sono i beat classic perchè danno il giusto spazio a quello che ho da dire e mi permettono di concentrarmi su scrittura e identità.Quindi è stata una scelta fatta per entrambi i motivi.
Gran parte della produzione porta la firma di Malu. Quanto ha inciso avere una figura sonora così presente nel dare uniformità al progetto e quanto invece gli hai lasciato libertà nel reinterpretare le tue idee?
Con Malu, prima di un rapporto professionale, c’è un’amicizia che ci lega fin dai primi passi mossi da entrambi nel mondo della musica e ovviamente questo ha inciso nel dare uniformità al progetto. Entrambi ci siamo dati molta libertà nel lavoro e infatti le tracce sono nate con estrema naturalezza, in alcune tracce sono entrato io nel beat e in altre abbiamo abbiamo reinterpretato le mie idee e abbiamo adattato i beat alle tracce. è stato tutto molto bilanciato.
“No Represent”, con Arca, introduce una dimensione più esplicitamente sociopolitica. Perché hai sentito il bisogno di inserire quella lettura generazionale dentro un EP che parte soprattutto dalla tua esperienza personale?
Perché la mia esperienza personale è figlia di questo periodo storico che a livello sociopolitico è uno dei più tesi dalla seconda metà del ‘900.Nella traccia infatti porto la disillusione della mia generazione , e non solo , nei confronti della politica e del sistema che punta sempre di più a dividerci e a lasciarci scannare gli uni con gli altri invece di unirci con lo scopo di creare un mondo che funzioni meglio di come funziona adesso. Gli stessi “leader” politici di qualsiasi fazione stanno diventando degli influencer e sono talmente scollegati dalla vita reale che nessuno si sente più rappresentato e la risposta a questo fenomeno è il fatto che la gente non vota più perché non crede più a niente e a nessuno.
Hai registrato il progetto nel tuo home studio. Quanto questa autonomia ha cambiato il tuo modo di scrivere e incidere rispetto a una situazione in cui il tempo in studio è più limitato e programmato?
Creare il mio home studio è ciò che mi ha cambiato la vita in generale proprio, se non avessi fatto così probabilmente avrei smesso di rappare.
Le mie prime esperienze in studio le ho avute tra il 2016 e il 2017, ovvero quando ho iniziato a lavorare per potermi permettere di pagare le sessioni.
Il primo studio dove ho inciso le mie prime demo me lo avevano consigliato degli amici miei che rappavano ai tempi e l’ho frequentato giusto il tempo di capire che al fonico interessavano solo i soldi e non gli interessava la mia crescita artistica.
Da questa esperienza è nata la decisione di mettere i soldi da parte per fare il mio studio ed è stata la scelta migliore che potessi fare perché ciò mi ha permesso di crescere davvero artisticamente.
Avere la possibilità di lavorare con costanza ai propri progetti senza doversi sempre affidare agli altri è una cosa che al giorno d’oggi penso sia essenziale per tutti gli artisti , soprattutto per chi comincia perché prima di tutto impari facendo e ti dà una costanza che non hai se vai in studio da altri e poi ti togli lo sbattimento di cercare lo studio che lavora seriamente in mezzo alla marea di studi che ci sono oggi che puntano sulla quantità dei lavori che fanno e non sulla qualità di ciò che esce dallo studio.
Hai scelto di non realizzare videoclip ufficiali e di accompagnare invece ogni brano con contenuti più immediati. È una scelta economica, estetica o anche una presa di posizione su come vuoi comunicare la musica oggi?
La scelta di non realizzare videoclip ufficiali è molto figlia del periodo storico, quando ho iniziato a rappare era un obbligo avere il videoclip perché ai tempi la musica veniva scoperta in gran parte su youtube. Oggi il lavoro che faceva youtube ai tempi lo fanno instagram e tiktok e il tubo è diventato una piattaforma di atterraggio più che di scoperta degli artisti e quindi ho optato per i contenuti immediati per questo.
Sicuramente in futuro l’idea di fare dei videoclip ufficiali c’è, ma per ora godiamoci il presente.
