“Il Santo”, DJ Fede e Giso trovano un equilibrio tra barre, memoria e maturità
La prima cosa che colpisce di “Il Santo” è che non sembra un disco interessato a dimostrare qualcosa.
Nonostante alle spalle di Giso ci siano oltre trent’anni di rap e alla produzione ci sia DJ Fede, il progetto non utilizza la storia dei suoi protagonisti come argomento principale. Non c’è una continua rivendicazione delle radici e nemmeno la necessità di spiegare perché un certo modo di fare hip hop dovrebbe essere considerato più autentico di un altro.
Ci sono semplicemente undici tracce che parlano una lingua precisa.
Disponibile dal 2 ottobre, “Il Santo” è un album profondamente rap, ma abbastanza libero da permettersi momenti introspettivi, aperture R&B e produzioni più atmosferiche. Emis Killa, Jack The Smoker, DDP, DJ Kamo, Lula e Clark P entrano nel progetto senza modificarne il baricentro, che rimane nel dialogo tra le parole di Giso e i beat di DJ Fede.
Ed è proprio questo rapporto a rappresentare uno dei punti di forza del disco.
DJ Fede produce per Giso, non sopra Giso
Un album interamente affidato allo stesso producer può facilmente cadere in due problemi opposti: risultare troppo uniforme oppure cercare talmente tante variazioni da perdere identità.
DJ Fede riesce a stare nel mezzo.
Il suo suono rimane riconoscibile, ma non pretende che ogni traccia abbia lo stesso carattere. Le produzioni seguono ciò che Giso sta raccontando.
Quando servono impatto e attitudine, come nella title track “Il Santo” con Emis Killa, il beat diventa più frontale. Quando la scrittura entra in territori personali, Fede riduce la pressione e lavora maggiormente sull’atmosfera.
È particolarmente evidente in “Gianluca”, dove la produzione sembra costruita intorno alle parole. Giso abbandona per qualche minuto qualsiasi distanza dal proprio nome e racconta passato, presente e futuro con un tono che ha poco bisogno di protezioni.
Non è l’unico momento in cui succede.
La parte migliore arriva quando Giso non deve fare il rapper
Paradossalmente, alcuni degli episodi più riusciti de “Il Santo” sono quelli in cui Giso sembra preoccuparsi meno di dimostrare quanto sappia rappare.
“Puzzle” ne è l’esempio più evidente.
Il brano dedicato agli amici di una vita non punta sulla prestazione tecnica. Le barre sono al servizio di un concetto semplice: i rapporti acquistano valore quando vengono messi alla prova.
Amicizia, lealtà, soldi e fragilità convivono nello stesso testo. Il rischio della retorica è evidente, ma il pezzo riesce generalmente a evitarlo grazie ai dettagli più personali.
Lo stesso accade in “Cento tipi di paure”, dove Giso mette sul tavolo timori profondi e paure più leggere senza trasformare la traccia in un esercizio di autoanalisi.
È qui che l’esperienza diventa davvero interessante.
Non nella capacità di ricordare all’ascoltatore da quanto tempo faccia rap, ma nella possibilità di affrontare argomenti che probabilmente avrebbero avuto un peso diverso vent’anni fa.
“Il Santo” non nasconde la propria età, e fa bene
Questo è chiaramente un disco realizzato da persone con una storia lunga dentro l’hip hop.
Provare a nasconderlo sarebbe artificiale.
“Il Santo” sceglie invece di utilizzare quell’esperienza senza farla diventare un recinto. Il ritorno dei DDP in “Ritorno al futuro” è forse l’esempio più evidente: Giso rimette insieme una parte fondamentale del proprio percorso e DJ Fede costruisce il brano partendo da quel legame, con DJ Kamo agli scratch.
Il pezzo guarda indietro apertamente.
Ma guardare indietro non significa necessariamente vivere di nostalgia.
La differenza sta nell’intenzione. “Ritorno al futuro” non sembra voler dimostrare che quella stagione fosse superiore a quella contemporanea. Recupera piuttosto qualcosa che continua ad avere un significato personale.
È una distinzione che permette all’album di invecchiare bene già nel momento in cui nasce.
Quando il disco guarda alla scena, diventa più tagliente
Una delle tracce più immediate è “No Urban Patrol”, dove Giso incontra Jack The Smoker.
Il beat di DJ Fede ha tiro e lascia ai due rapper lo spazio per affrontare il termine “urban” e alcune delle categorie attraverso cui oggi viene raccontato l’hip hop.
Qui il disco diventa più ironico e critico.
È un terreno rischioso perché sarebbe facilissimo cadere nel classico discorso dei veterani contro il presente. Fortunatamente il pezzo funziona meglio quando concentra il bersaglio sulle etichette e sulle dinamiche dell’industria piuttosto che sulle generazioni.
Giso e Jack hanno abbastanza esperienza per poter osservare certi cambiamenti da una posizione privilegiata. Non hanno bisogno di trasformarli in una guerra anagrafica.
Le aperture R&B danno respiro al progetto
Undici tracce costruite esclusivamente su coordinate rap molto rigide avrebbero probabilmente reso “Il Santo” più prevedibile.
“Campari col bianco” rompe il ritmo nel momento giusto.
DJ Fede recupera atmosfere che guardano all’hip hop e all’R&B dei primi anni Duemila, mentre Lula porta una componente melodica che funziona proprio perché non sembra inserita per costruire forzatamente un ritornello radiofonico.
Il pezzo rimane hip hop anche quando canta.
In “Modalità cruisin’”, con Clark P, l’atmosfera si rilassa ulteriormente. La guida senza destinazione diventa una metafora poco complicata ma efficace per quei momenti in cui il movimento fisico serve soprattutto a lasciare correre i pensieri.
Sono aperture utili perché impediscono al disco di procedere sempre con la stessa intensità.
Non tutto deve essere nuovo per essere efficace
“Il Santo” non è un album rivoluzionario e sarebbe sbagliato valutarlo attraverso quel parametro.
DJ Fede e Giso lavorano all’interno di un linguaggio che conoscono molto bene. La sfida non è inventarne uno nuovo, ma evitare che quello esistente diventi prevedibile.
Nella maggior parte dei casi ci riescono.
Il disco trova forza nella qualità delle produzioni, nella centralità delle barre e soprattutto nella disponibilità di Giso a lasciare entrare nel rap qualcosa della propria età e della propria esperienza.
Non tutti i concetti sono nuovi. Amicizia, città, paura, verità e appartenenza attraversano il genere da sempre.
Ma un tema non deve essere necessariamente inedito per risultare credibile. Deve avere una prospettiva.
E Giso, oggi, una prospettiva ce l’ha.
La chiusura è anche il punto d’arrivo
“Sono pronto pt. 2” è il modo giusto per chiudere il disco.
Giso considera le sue strofe tra le migliori scritte in oltre trent’anni di carriera e DJ Fede costruisce una delle atmosfere più profonde dell’intero progetto.
È una traccia che riassume bene ciò che funziona ne “Il Santo”: quando produzione e scrittura smettono di cercare l’impatto e si concentrano sul racconto, il disco trova la propria voce più personale.
Alla fine, “Il Santo” convince soprattutto perché non cerca di ringiovanire i suoi protagonisti.
Giso rappa dalla prospettiva dell’uomo che è oggi. DJ Fede produce con un’identità costruita negli anni, ma abbastanza elastica da seguire le diverse sfumature del progetto. Gli ospiti, da Emis Killa a Jack The Smoker, dai DDP a DJ Kamo, Lula e Clark P, aggiungono colori senza trasformare l’album in una passerella di nomi.
Non è un disco che vuole spiegare al presente come dovrebbe essere il rap.
È un disco di persone che hanno ancora qualcosa da dire attraverso il rap.
E, dopo più di trent’anni, è probabilmente il risultato più importante.
