LOADING...

Back To Top

Gennaio 24, 2026

Alterego e il bisogno di non essere soli. Intervista a Mr. Acqua

Alterego non è solo un brano, ma un punto di snodo. Un lavoro che segna un cambio di pelle consapevole, dove il linguaggio sonoro si aggiorna senza rinnegare le radici e la scrittura si fa ancora più aderente al vissuto. Tra rap e trap, terapia e identità, maschere e verità, l’artista sceglie di raccontare il presente senza nostalgia forzata, mettendo al centro il divario generazionale, la fragilità come atto di forza e l’urgenza di evolversi per non restare immobili.
Ne nasce un dialogo profondo, che attraversa musica, immagini e pensiero, e che prepara il terreno a teRAPia, un percorso più ampio in cui il rap torna a essere strumento di consapevolezza, condivisione e sopravvivenza emotiva.

 

Alterego segna un passaggio sonoro importante rispetto ai tuoi lavori precedenti. Cosa ti ha spinto ad allontanarti dal boombap per esplorare un linguaggio più rap/trap e contemporaneo?

Il brano parla di cambi generazionali e ho ritenuto giusto affrontare questi temi dialogando anche con le generazioni più giovani, oltre che con i miei coetanei. Ho scelto sonorità più attuali sia per comunicare in modo più diretto, sia per far capire che la trap non è tutta uguale: non parla solo di soldi, armi, donne, droghe o auto di lusso. Può essere anche altro.

Tu parli di “evoluzione naturale” più che di rottura. In che modo senti che Alterego è figlio diretto del tuo percorso, anche quando cambia pelle?

La terapia mi ha insegnato che bisogna essere aperti. Alterego è il simbolo di questa apertura: verso un passato a volte dimenticato, un presente non facile e un futuro che voglio immaginare con speranza. Il cambio di pelle è inevitabile se parliamo di evoluzione e adattamento. Sì, Alterego è figlio del mio percorso ed è la prova che la vita è ciclica: una finestrella che guarda indietro agli errori commessi, per cercare di farne meno in futuro.

Il brano affronta apertamente il tema del divario generazionale. Quanto questa distanza pesa oggi sulla tua scrittura e sul modo in cui vivi il presente?

Inevitabilmente siamo influenzati da ciò che c’è stato prima di noi. Oggi facciamo fatica a immaginare una famiglia, dei valori sani, cose che un tempo forse erano scontate. Fare un figlio o progettare a lungo termine diventa sempre più complesso, viste le condizioni socio-economiche che viviamo. La mia scrittura si adatta a quello che vivo: non avendo mai costruito un personaggio di fantasia, scrivo esattamente ciò che sento e penso, sia guardando al passato che osservando il presente.

C’è una critica esplicita alla narrazione nostalgica del “prima si stava meglio”. Secondo te il rap ha ancora la responsabilità di smontare questo tipo di retorica?

Secondo me il rap ha una forte responsabilità narrativa e informativa. Nasce per ribellarsi, per aprire gli occhi a una massa spesso soggiogata o stanca di guardare. L’hip hop, in generale, ha sostituito periodi di forte violenza reale, accomunando gang rivali sotto un’unica lotta contro il sistema. Questa responsabilità oggi non è venuta meno.

L’alter ego, nel tuo racconto, non è una maschera finta ma una parte reale dell’identità. Quanto è necessario, oggi, sdoppiarsi per sopravvivere tra aspettative sociali e realtà quotidiana?

Credo che ognuno di noi abbia una o più maschere da indossare, come fossero vestiti, in base alle situazioni. Nella vita quotidiana le maschere servono a non impazzire, a vedere le cose da più prospettive, a trovare la forza di fare cose che forse altrimenti non faremmo. Un po’ come a Carnevale: quando sei in maschera “tutto è concesso”. Non perché ti nascondi, ma perché ti senti più libero di essere.

Nel ritornello dici: “da solo non ce la faccio, ho bisogno di un alter ego”. È una frase di fragilità, di forza o entrambe le cose?

Confessare è sempre un atto di coraggio e di forza. Chi la vede come debolezza si sbaglia. La terapia mi ha insegnato che, se si è in difficoltà, bisogna saper chiedere aiuto. Siamo animali sociali, non siamo fatti per vivere da soli. Anche se il sistema ci vuole individualisti, a livello primordiale abbiamo bisogno degli altri. L’alter ego è un altro me: quindi non sono più solo.

Anche l’immaginario visivo ruota intorno al concetto di sdoppiamento, con due video e un uso simbolico della maschera. Quanto è importante per te che il messaggio passi anche attraverso le immagini?

Oggi le immagini arrivano prima di qualsiasi altro elemento, quindi è fondamentale comunicare anche attraverso di esse. Nei video c’è sempre un Alterego, un alleato con cui lottare, anche se a volte la pensa in modo opposto. La maschera mi riporta alle origini del concetto teatrale, alla Grecia antica, dove non si rappresentava la persona ma la personalità. Non era un nascondersi, ma un uniformarsi, lasciando che lo spettatore si concentrasse sul messaggio e non su chi lo stava veicolando.

Dopo Alterego, ti senti più vicino a una nuova fase artistica o lo vivi come un capitolo di transizione verso qualcosa che deve ancora definirsi?

Sto già lavorando ad altri brani che faranno parte del terzo EP, teRAPia. È un percorso personale che, grazie al rap, esce fuori, grida, chiede aiuto, informa e condivide. Per me è tutto transizione: ci si può fermare per un periodo, breve o lungo, ma se resti fermo troppo a lungo muori, ti annoi e soprattutto smetti di evolverti.

 

Prev Post

Iastimo, fuori il singolo “Cavie” aspettando il nuovo album

Next Post

“Green Magic” è il nuovo singolo di MR MELT: cronache notturne fuori dai radar

post-bars