Cloaca: tra freestyle, provincia e identità in “In the Wash” – Intervista
C’è una linea sottile che separa chi prova a fare rap da chi, prima o poi, torna a farlo perché non può farne a meno. Cloaca si muove esattamente su quel confine: un percorso iniziato tra freestyle e prime registrazioni, interrotto per anni e poi ripreso con una consapevolezza completamente diversa.
In the Wash, il suo primo album ufficiale, è il punto in cui tutte queste fasi si incontrano: passato e presente, provincia e identità, ironia e introspezione. Un progetto che non rincorre una sola direzione sonora ma costruisce il proprio equilibrio tra boom bap, trap e influenze più melodiche, restando sempre legato a un principio fondamentale dell’hip hop: dire la propria, senza filtri.
Ne abbiamo parlato con lui partendo dalle origini, passando per il freestyle, fino alla visione che oggi dà forma alla sua musica.
1. Quando è nato il tuo rapporto con l’hip hop e quali sono stati i primi artisti che ti hanno fatto capire che volevi fare rap?
Allora il primo artista assoluto che mi ha fatto innamorare del rap è stato Fabri Fibra, nel 2006 quando avevo sentito “Applausi per Fibra”. Le rime mi sono sempre piaciute fin da bambino, poi ho scoperto con Fibra che si potevano fare anche le canzoni in rima. Dall’ età di 15 anni ho iniziato a fare freestyle assieme ai miei amici nello stesso periodo ho iniziato a registrare le prime canzoni in studio. 10 anni fa avrei voluto effettivamente fare rap e diventare un rapper seguendo il mio idolo Fabri Fibra, ora invece voglio divertirmi, non voglio diventare nessuno di particolare in realtà, voglio essere una persona libera che si diverte, facendo musica ed altri video personali
2. Nel 2013 hai iniziato con il freestyle tra amici. Quanto è stato importante quel contesto per formare il tuo stile?
Tantissimo soprattutto nel periodo Euromark scrivevo le canzoni di getto con una frequenza elevata, quasi tutti i giorni.
Era anche il periodo degli Eurofreest, ogni settimana usciva un pezzo scritto in freestyle.
Tuttora la passione per il freestyle mi è rimasta, ora non più come protagonista effettivo ma come ascoltatore, vado infatti ai contest per ascoltare e vedere dal vivo freestyler che seguivo anche 10 anni fa
3. Nel disco si sentono influenze molto diverse: boom bap classico ma anche trap e sonorità più moderne. Come bilanci queste due anime?
Le bilancio in base al mio stato d’animo, certe emozioni e concetti vengono espressi meglio con certe sonorità ed altre con altre ancora. Nel mio album ho cercato di fare combaciare le melodie in base all’ argomento che trattavo nelle canzoni.
A seconda del mood della canzone ho cercato la base più adatta
4. Il titolo In the Wash nasce da una parola inventata da bambino. Quanto conta per te l’autenticità e il vissuto personale nel rap?
Tantissimo, essere autentici ed essere se stessi è molto importante per me. Io scrivo ciò che sono e ciò che ho vissuto nelle canzoni, il mio punto di vista sulle cose, non mi permetto mai di dire che la mia sia la verità assoluta ma cerco sempre, essendo in un paese (teoricamente) con la libertà di parola, di esternare la mia opinione.
5. Il tuo nome d’arte Cloaca è molto particolare e quasi provocatorio. Quanto è stata una scelta simbolica e quanto invece una provocazione?
È sia una scelta simbolica sia in parte provocatoria ma anche e soprattutto una scelta di rivincita personale. La Cloaca è una fogna, io da bambino ho sempre sofferto di poca autostima, quindi era come se mi rispecchiassi nella bruttezza di una fogna, oggi dopo anni e dopo un percorso di crescita personale posso dire che è vero mi vedevo brutto esteticamente e caratterialmente come una fogna però allo stesso tempo la fogna è utile nella sua bruttezza. Io ho ritrovato, in passato e soprattutto adesso, la mia utilità facendo musica e facendo ciò che mi fa stare bene, quindi abbattendo quel senso di inadeguatezza che avevo nell’ età infantile e adolescenziale.
Brutto ma utile, utile a me stesso soprattutto
6. Nel tuo percorso hai vissuto anche un periodo in cui hai smesso di fare musica per imbarazzo. Quanto è stato importante superare quella fase?
Importantissimo, soprattutto per il lato umano, superare tutte le ansie le paure non è stato facile ma mi ha insegnato che nella vita ci sono anche delle persone cattive e ci saranno sempre purtroppo. Ho imparato che bisogna guardarsi dentro e vedere i propri valori ed aumentare le proprie consapevolezze, le cattiverie delle altre persone dimostrano solo un loro grande limite e non dicono niente della nostra persona, capire questa cosa è stato fondamentale e liberatorio dal punto di vista umano in primis e musicale successivamente
7. Nei tuoi testi emerge spesso storytelling. Preferisci raccontare episodi della tua vita o costruire immagini e narrazioni più simboliche?
Entrambe le cose, in realtà a volte una non esclude l’altra. Ho un sacco di flash del mio passato che a volte sogno anche di notte e cerco di buttare giù nelle canzoni che scrivo, ricordi, immagini, sensazioni, emozioni, tutti questi sono ingredienti delle canzoni che scrivo
8. Che tipo di processo segui quando scrivi un brano? Parti dal beat, da un concetto o da una barra?
Inizialmente tutto nasce da un idea che ho, magari prendo anche nota di qualche barra che mi viene in mente anche senza base, ma cerco sempre in realtà di avere subito l’idea, poi la base ed infine la stesura vera e propria della canzone.
Dipende dalla situazione a volte anche solo delle barre mi possono portare e cercare la base più adatta, a seconda dell’ ispirazione
9. Collaborare con altri artisti può cambiare l’energia di un pezzo. Cosa cerchi in una collaborazione?
Principalmente cerco di instaurare un rapporto con la persona con cui vorrei collaborare. Per me è molto importante il lato umano prima di quello artistico. Successivamente guardo il suo modo di fare musica e cerco di farlo combaciare con il mio unendo gli stili in modo tale da creare un armonia unica che piaccia ad entrambi sia nelle sonorità e sia nell’ argomento che trattiamo insieme.
Ci deve essere fiducia e stima reciproca per far si che la collaborazione funzioni in ogni suo aspetto
10. Se un ragazzo che vive in provincia e sogna di fare rap ascoltasse oggi il tuo disco, quale messaggio vorresti lasciargli?
Innanzitutto gli direi di divertirsi nelle canzoni più leggere e ascoltare con serietà quelle più profonde, e come messaggio: Stai bene con te stesso e divertiti, non farti condizionare dal pensiero e dalle critiche altrui, fai tue solo le critiche costruttive.
Invece tutto ciò che non è costruttivo ma è solo screditante rimandalo direttamente al mittente.
